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JSN Detenzione Roma. Ridurre il ricorso al carcere, ridurre i danni prodotti dal carcere

Roma. Ridurre il ricorso al carcere, ridurre i danni prodotti dal carcere

Lo scorso 16 ottobre si è svolto il Consiglio Nazionale della Conferenza Nazionale Giustizia e Carceri che ha eletto Ornella Favero (direttrice di Ristretti Orizzonti) come suo Presidente. Anche il JSN è entrato a far parte con il suo Segretario Generale, del nuovo Direttivo.

Ornella, a poche ore dalla sua elezione ha pubblicato questa lettera che riportiamo integralmente.

Sono appena stata eletta Presidente della Conferenza nazionale Volontariato Giustizia, e dovrei essere felice che tanti abbiano voluto dare un riconoscimento al lavoro mio e di Ristretti Orizzonti e soprattutto abbiano pensato che io possa essere la persona giusta per offrire nuovi stimoli al volontariato, e per portare avanti ogni possibile iniziativa perché le carceri siano un po’ più umane e dignitose, e soprattutto perché la pena detentiva sia sempre più marginale, sempre più sostituita da pene più utili e sensate, scontate dentro quella società, dove poi le persone dovranno comunque ritrovare un posto. Ma proprio mentre andavo a Roma per le elezioni mi hanno detto che un detenuto dei “miei” della redazione aveva tentato un’evasione dall’ospedale buttandosi dal secondo piano ed era stato ripreso un’ora dopo in una palestra dove si era rifugiato.

Ho scelto volutamente di mettere insieme la mia elezione a Presidente del Volontariato che si occupa di carceri, pene, giustizia, con questo disastro della vita di una persona detenuta a cui tengo, perché è sempre così il nostro lavoro di volontari: abbiamo a che fare con le situazioni più complesse, per noi la vita di una persona, anche la più disastrata, o la più sbagliata forse, vale sempre, per noi la parola “delusione” va bandita dal vocabolario. Noi lavoriamo anni per costruire ponti tra la società e il mondo delle pene e delle carceri, e poi un momento di disperazione di un ragazzo che sta trascorrendo la sua giovinezza in carcere diventa motivo per mettere in discussione tutto e per trasformare quell’evasione in un processo al “buonismo” di chi segue, aiuta, dà ascolto ai “cattivi”.

Andrea Zambonini, voglio mettere il suo nome e cognome e voglio dire brevemente quello che è successo, perché lui ora è stato trasferito e io sono sicura che è una persona fortemente a rischio: Andrea è rinchiuso da quando era ragazzino, lui così si è descritto alla Giornata di Studi “La rabbia e la pazienza”: “Io quando ero in libertà, in giovane età, appena maggiorenne ero già stato quattro volte in carcere, mi sentivo un reietto un fallito uno scarto della società e anche uno scarto del carcere”. E Andrea da anni combatte con se stesso, con il carcere, con la droga, con la sua solitudine e la sua incapacità di diventare una persona “affidabile”. Tre giorni fa gli è stato trovato un cellulare, proprio quando speravamo di poterlo aiutare ad avviare finalmente un percorso, che vedesse almeno in lontananza uno spiraglio per uscire. Dico la verità, per l’affetto che abbiamo per lui, ci siamo arrabbiati in tanti, per quella sua capacità di distruggere in un attimo quello che aveva costruito con fatica. E lui alla fine ha deciso di farsi ulteriormente del male, alla notte si è tagliato, è stato portato in ospedale e si è buttato in una fuga senza speranza, mettendo a rischio se stesso e anche chi lo custodiva, quindi capisco la rabbia della Polizia penitenziaria e so perfettamente che qualcuno mi dirà che sono troppo “tenera” con uno, che è stato spesso anche aggressivo, che ha avuto ricadute e recidive. E qualcun altro al contrario mi dirà che dovevo capire subito, parlargli invece di arrabbiarmi. Io non lo so proprio che cosa era giusto fare, so solo che in carcere non c’è niente che si possa fare con scelte semplici e lineari, il carcere produce tanti e tali danni, che poi aiutare le persone a RICOSTRUIRSI è una impresa titanica.

Forse davvero l’obiettivo di UMANIZZARE il carcere è una impresa disperata, impossibile, anche sbagliata, ma se ne possono almeno, forse, limitare i danni, e questo noi volontari lo facciamo ogni giorno, “in direzione ostinata e contraria”, come direbbe Fabrizio De Andrè. Contraria perché andiamo contro il pensiero comune, che crede ancora che ci siano i cattivi e ci siano i buoni, e i buoni siano tali per sempre, e lo facciamo però non con le guerre, ma con la forza della parola, della testimonianza, del racconto di vite difficili; ostinata, perché ci vuole davvero ostinazione per occuparsi di ogni singola persona rinchiusa, e per farlo anche quando ti senti “tradito”, altra parola da bandire dal nostro vocabolario. Ai poliziotti penitenziari, che mi chiedono spesso perché continuo a occuparmi di persone, che non lo meritano, che tradiscono la fiducia, che sono forse “irrecuperabili”, rispondo che io cerco sempre di capire le loro critiche e confrontarmi con le loro ragioni, e mettermi nei difficili panni di chi fa un lavoro rischioso e con poche soddisfazioni. Ma ricordo anche che proprio a Padova alcuni loro colleghi sono stati coinvolti in un triste giro di droga e cellulari: e questo ci deve spingere a riflettere INSIEME su quanto siano complicate le vite delle persone, e quanto sia meglio trattarle sempre con umanità, anche quando avresti voglia come minimo di girarti dall’altra parte.

Il 16 ottobre sono stata eletta, il 16 ottobre è anche uscito un comunicato del DAP dal titolo “Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria registra ulteriori significativi miglioramenti delle condizioni detentive”, che parla dei progressi realizzati nella gestione dei tempi e degli spazi della detenzione e ringrazia il personale tutto che ha contribuito a questi risultati.

Non voglio entrare nel merito di questi miglioramenti, che ci sono, perché per lo meno i numeri del sovraffollamento sono calati, sono state fatte delle ristrutturazioni e i tempi di apertura delle celle si sono dilatati, voglio solo aggiungere qualche riflessione, o qualche precisazione.

Non dimentichiamoci, prima di tutto, che il “tempo aperto” della pena è spesso tempo vuoto, passato nei corridoi delle sezioni. E dove invece il tempo è un po’ meno vuoto, chi gestisce le attività? Vi invito a fare un esercizio: andate nel sito del Ministero della Giustizia, dove c’è uno spazio dedicato alle “schede trasparenza Istituti penitenziari” e provate a cancellare le iniziative gestite dal volontariato o dalle cooperative sociali, e vedete cosa resta. Andate poi a vedere gli Stati Generali sull’esecuzione della pena, e vi accorgerete che le cooperative sociali non sono presenti, e il volontariato è una presenza in ordine sparso (ci sono anch’io a un tavolo) in cui ognuno rappresenta se stesso e forse la sua associazione.

Allora io credo che il volontariato abbia bisogno di un riconoscimento più forte del suo ruolo, che passa anche per il rispetto della sua autonomia e per la consapevolezza che non si può chiamarlo in causa quando si va a Strasburgo a parlare delle condizioni delle nostre galere, e poi non riconoscergli la forza e la ricchezza delle sue conoscenze e la capacità di decidere da chi farsi rappresentare nel necessario percorso di cambiamento delle pene e del carcere.

Quanto alle difficoltà e alle situazioni critiche che ci troviamo ogni giorno ad affrontare, perché è vero che le carceri sono un po’ meno piene, ma le condizioni in cui vivono le persone detenute restano spesso desolatamente prive di dignità, spero che riusciremo a essere da stimolo agli Stati Generali perché si apra davvero una fase nuova in cui TUTTI siano coinvolti in un percorso di cambiamento profondo e TRASPARENTE.

Ornella Favero

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