Gesuiti
Jesuit Social Network
Rete delle attività sociali promosse dalla Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti
JSN Detenzione Carceri. Natale SENZA

Carceri. Natale SENZA

I testi che seguono sono pezzi di vita poco natalizi, storie di Natale tristi: noi li dedichiamo prima di tutto a chi potrebbe fare qualcosa per cambiare le condizioni di vita delle persone detenute, e soprattutto i loro rapporti con la famiglia.
Li dedichiamo al nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perché nel suo discorso di fine anno si ricordi delle famiglie più maltrattate, quelle delle persone detenute.
Li dedichiamo al ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
Li dedichiamo al nuovo Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dottor Santi Consolo.
Li dedichiamo a tutti i parlamentari: a quelli che ci hanno promesso di fare una nuova legge per liberalizzare le telefonate e permettere colloqui riservati senza controllo visivo per le persone detenute e le loro famiglie, ma anche a quelli che non si sono interessati di questo problema, ma possono farlo, e siamo sicuri che lo faranno perché le famiglie delle persone detenute sono INNOCENTI, e meritano un altro trattamento.
E per finire, li dedichiamo a Papa Francesco, perché siamo sicuri che, se ha avuto il coraggio di dire che l’ergastolo è “una pena di morte nascosta”, avrà senz’altro anche il coraggio di difendere le famiglie delle persone detenute, e in particolare le famiglie degli ergastolani.
Ci vogliamo anche scusare perché questa vigilia di Natale non siamo riusciti a fare di più, ma stiamo mettendo tutte le nostre forze in questa battaglia “Per qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri” e siamo sicuri che con il nuovo anno tante persone si uniranno a noi per chiedere più umanità nei rapporti delle persone detenute con i loro cari.

La redazione di Ristretti Orizzonti – Casa di reclusione di Padova

Natale senza Kevi, il mio bambino, di Marsel Hoxha

Questo è il quarto anno che non posso festeggiare Natale con te, e neppure il tuo compleanno il 21 dicembre, papà non può stare vicino a te. Non ti posso fare gli auguri di buon compleanno e portarti un regalino. Non posso starti vicino a Natale, ma non ti ho dimenticato. Ogni giorno ti penso, ogni giorno guardo le tue foto e i disegni che mi avevi portato. Quando sei nato io ero giovane e non potevo credere che ero diventato un padre. Mi ricordo quando eri appena nato… avevi un mese e non smettevi di piangere e io dalla camera da letto mi alzavo e andavo a dormire in cucina. Non dimenticherò mai le tue prime parole, mi dicevi: TATI .. TATI .. TATI. Adesso sei cresciuto, quest’anno sei andato a scuola ma io non ti ho potuto accompagnare il primo giorno di scuola e neppure gli altri. Mi sono perso tanto di te, tutto! Le colpe sono tutto mie se non ho potuto fare il padre come si deve. Per i miei capricci e per le mie stronzate tu devi crescere senza un padre. Ogni minuto, ogni giorno, ogni compleanno, ogni Natale papà ti ha pensato, ma quest’anno per me è l’anno peggiore perché tu sei in ospedale e non posso fare niente, soprattutto starti vicino. Tu puoi pensare qualsiasi cosa di me, perché non ti vengo a trovare, perché non ti posso fare i regali e gli auguri per il compleanno come per Natale. Tutte le colpe sono mie, ma non vuol dire che papà non ti vuole bene. Io sono disposto a fare tutto per te. Per te sono disposto a vendere anche il mio sangue, purché tu sia felice. Io ogni giorno ti penso e ogni notte prima di dormire prego per te, affinché tu possa uscire al più presto dall’ospedale e sempre prima di dormire guardo la tua foto che ho attaccato al muro vicino a me e ti do un bacio.
Io non ho mai saputo fare il papà, non capivo che tu dei regali non te ne fai niente se il tuo papà non ti sta vicino. Ora con la tua sofferenza ho imparato cosa deve fare un papà, spero che non sia tardi. Prego ogni giorno per questo motivo, affinché, presto, io abbia la possibilità di dimostrarti che ho imparato davvero. Spero che tu riesca a perdonarmi.
Buon Natale Kevi. Il tuo Papà

Natale SENZA mio padre, di Stephanie, figlia di Victor, detenuto

Arriva dicembre, e ogni anno in questo mese le città vengono avvolte da una atmosfera natalizia. Nelle strade le luci, nelle case gli alberi ma è soprattutto negli occhi dei bambini che si percepisce il Natale in arrivo: occhi pieni di speranza che trasmettono gioia e impazienza per l’arrivo di Babbo natale.
In realtà, come per tante altre cose, anche il Natale ha mille sfaccettature. Infatti, parallelamente alle famiglie che iniziano i preparativi con le corse ai regali, gli addobbi natalizi e la preparazione del cenone vi sono famiglie che forse rinuncerebbero a tutto questo. Sono le famiglie nelle quali manca una figura, quella del papà come nella mia.
Vi sono innumerevoli motivi per cui a Natale possa essere assente tuo padre, penso però che la consapevolezza di immaginare una delle persone a te più care completamente sola nel giorno in cui tutto e tutti si fermano per condividere con le persone che amano gioia e allegria, faccia in qualche modo sfumare via tutto il Natale presente nell’aria. 
Ora che sono cresciuta, mi rendo conto quanto triste possa essere leggere le lettere di Babbo Natale, nelle quali bimbi innocenti accanto al gioco che tanto desiderano scrivono come vorrebbero con tutto il cuore che papà torni a casa. È triste perché si vive un Natale a metà ed incompleto nel quale se si è ancora piccoli, vivi quel giorno con la perenne speranza di ricevere il ritorno di papà come regalo, invece, se sei abbastanza grande per comprendere, devi in qualche modo fingere di essere felice anche se vedi negli occhi di tua madre la malinconia di quei Natali passati in cui niente era più appagante che vedere tua figlia scartare i regali tenendo per mano il tuo compagno di vita.
Anche quest’anno il mio Natale sarà incompleto, e più passa il tempo più mi rendo conto di come di anno in anno il Natale per me non sia più quello di una volta, ma piuttosto un giorno che sembra sottolineare quella perenne assenza percepita durante tutto l’anno. Ora nel giorno di Natale posso dire di saper apprezzare veramente la mia famiglia e di come il regalo piu grande che possa ricevere sia semplicemente la possibilità di ritrovarsi per poter stare assieme.
Oggi vorrei tornare bambina per un momento, fingere che tutto sia possibile e che tutti i miei sforzi fatti durante l’intero anno possano essere ricambiati con un solo ed unico regalo: Il Mio Papà.

Natale SENZA “Fine Pena”, di Carmelo Musumeci 

Amore, un altro Natale senza te, dovrei averci fatto l’abitudine ma mi manchi ancora e mi mancherai sempre. Grazie per la fiaba del mio compleanno vorrei che anche la mia vita avesse un lieto fine. Un bacio tua Lupa Bella (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)
Sinceramente quando ero un uomo libero non ho mai creduto a Babbo Natale perché fin da bambino a me non mi ha portato mai nulla e i giocattoli me li andavo a rubare da solo. Sinceramente non mi è mai piaciuto il Natale perché in collegio per le feste spesso rimanevo solo mentre gli altri bambini andavano a casa. Sinceramente il Natale continua a non piacermi molto neppure in prigione, ma l’amore dei miei figli prima, e adesso quello dei miei due nipotini, mi sta facendo cambiare idea.
Ornella Favero, direttore responsabile di Ristretti Orizzonti, ci ha invitato a scrivere una serie di testi con il titolo “Natale Senza”, visto che di solito il Natale si immagina sempre CON, con i figli i nipoti i genitori. E ci ha chiesto di raccontare cosa vuol dire Natale Senza figli, senza nipoti, senza una compagna. Io che però sono anche senza un fine pena, ho deciso d’intitolare il mio articolo “Natale Senza “Fine Pena”.
Per i prigionieri, il mese di dicembre, quello delle feste, è quello più brutto dell’anno. E’ il mese della malinconia, della tristezza e dei rimpianti. Nei giorni di festa in carcere ti senti ancora più profondamente solo e inutile. E la solitudine di giorno ti tiene compagnia, ma di notte non ti fa dormire. Credo che a Natale in carcere non ci siano uomini cattivi, ci sono solo uomini tristi e soli. Poi ci sono anche i condannati alla “Pena di Morte Nascosta”, uomini senza più sogni e speranza. 
Tutti i prigionieri per le feste attendono qualcosa per avere con l’anno nuovo amore, felicità, fortuna e libertà. Solo gli ergastolani senza scampo non hanno nessun motivo per attendere l’anno nuovo perché l’anno nuovo sarà come l’anno vecchio, senza speranza, uguale fino all’ultimo dei suoi giorni. Un altro Natale, tra giorni che sembrano anni e anni che sembrano giorni, da uomo ombra che nonostante tutto cerca di amare ancora la società che l’ha murato vivo senza l’umanità di ucciderlo prima. Tutti i natali scrivo una lettera ai miei figli, ecco quella di quest’anno.

Lettera di Natale di un ergastolano ai figli

Quando siete nati il mio cuore era pieno di stelle e di sogni. Avevo sognato per voi tutto quello che avevo sognato io da bambino. Poi è arrivato il carcere e la condanna e sono partito per un lungo viaggio. Sono partito, ma non sono mai andato via dal vostro cuore, né voi dal mio. Nei peggiori momenti del mio viaggio i vostri cuori non mi hanno mai lasciato, vi ho sempre sentiti attorno al mio cuore. La vostra immagine è sempre stata nei miei occhi e il vostro sorriso ha sempre illuminato il mio viaggio. L’uno e l’altra siete il sole della mia cella, il centro del mio universo e l’energia invisibile della mia anima. Grazie a voi mi sento un papà e un uomo migliore. Perdonatemi se sono stato lontano e non vi ho potuto amare come avrei voluto. Forse vi ho amato più di quello che ho potuto. Sono passati molti anni, ventitré, questo Natale ho sognato di venire a casa, ma mi hanno ancora detto di no, mi hanno detto che sarò sempre colpevole e cattivo. Ora non ho più sogni, né passati e né futuri, da sognare. Siete solo voi quello che mi resta della mia vita. Perdonatemi se vi lascio soli anche per questo Natale e per tutti quelli che verranno. Un ergastolano con l’ergastolo ostativo non può tornare libero, né vivere, né morire, può solo amare. Ecco, io vi amo! Volevo dirvi solo questo perché è bello essere amati da voi, ma è ancora più bello amarvi. Buon natale Mirko. Buon Natale Barbi. Papà.
Carmelo Musumeci Carcere di Padova Natale 2014 

Natale SENZA famiglia da ventitré anni, di Tommaso Romeo – Sezione Alta Sicurezza – Casa di reclusione di Padova

Il Natale l’ho trascorso in famiglia fino all’età di sedici anni, mi ricordo che ci riunivamo tutti a casa del nonno materno che abitava in un paesino di montagna (Canolo) in provincia di Reggio Calabria e come di tradizione in quei giorni venivano macellati dei maiali e tutti noi nipoti aiutavamo i grandi a fare la salama. Mi ricordo che la sera ci mettevamo tutti davanti al caminetto e ascoltavamo mio nonno che ci raccontava storie antiche mentre le nostre mamme cucinavano il sanguinaccio. Dopo di quell’età mi sono perso in un mondo dove non c’era tempo per festeggiare il Natale, non dico di averli trascorsi in modo brutto ma non potevano essere paragonati per amore a quelli passati in famiglia, almeno oggi dico così perché sono ventitré anni che non li trascorro con la mia famiglia. Allora per me era il massimo trascorrerlo in un Hotel, in posti come Toronto o Acapulco, ma oggi solo a pensare alle mie telefonate fatte ai miei genitori per fargli gli auguri mi sale la tristezza. Da quando sono in carcere ogni anno che domando alla mia famiglia come lo trascorrono mi rispondono da ventitré anni “Con te dentro non c’è da festeggiare”, forse solo negli ultimi anni che ci sono i nipotini (figli di mia figlia) hanno ricominciato a fare il presepe e a mettere sotto l’albero i regali. Oggi essendo nonno quando rivedo nella mia mente la scena di tutti noi nipoti davanti al caminetto con mio nonno capisco perché il suo viso radiava di felicità, al solo pensiero di poterlo trascorrerlo un giorno pure io in quel modo mi riempio di gioia. Quale sarà il mio prossimo Natale vero? 

Un altro Natale senza… di Lorenzo Sciacca

Ho fatto tanti anni di carcere e mi ricordo di come vivevo nell’indifferenza il Natale, mi dico che anche se avevo una famiglia e un figlio, sempre mi era indifferente questa festa. Non voglio sembrare una persona cattiva più di quello che sono stata, non voglio dire che non pensavo alla mia famiglia, ma in carcere c’è la tendenza a minimizzare gli eventi piacevoli, nel senso di non dargli l’importanza che meritano. Credo che questo modo di fare sia dovuto al fatto che uno tenta di soffocare le emozioni spiacevoli che provoca ricordare bei momenti della tua vita passata. Perché la nostra vita è stata caratterizzata anche da bei momenti!
Quando ero piccolo i miei primi 10 Natali li ho passati da solo con mia madre, perché mio padre era carcerato e mi ricordo quell’emozione pura, innocente che un bambino prova durante l’attesa del 25 dicembre. Mi viene da sorridere pensando che scrivevo anche la classica letterina per Babbo Natale. Mi sembra strano pensarlo. Alla fine non trovavo mai quello che avevo chiesto sotto l’albero, forse avevo delle pretese non adatte al tenore di vita che potevamo permetterci io e mia madre, ma comunque ero sempre contento di trovarmi sotto a quell’albero tutto illuminato a mezzanotte, e con intorno dei pacchetti con grossi fiocchi. 
Poi, non so come, ma tutto è finito. È normale che non si può vivere per sempre in un mondo fiabesco, ma non ricordo la gradualità del passaggio al mondo reale, cioè quello che voglio dire è che tutto si è interrotto in una maniera strana. Quando scoprii che mio padre era dentro un carcere e non che lavorava in un posto dove potevo andare a trovarlo una volta a settimana, la mia vita ha iniziato ad avere pensieri diversi, priorità diverse. Lì, credo che si sia interrotto tutto. 
Poi sono diventato padre, ma non ho avuto molti Natali assieme a mio figlio, primo perché sono sempre stato carcerato e poi perché mio figlio è venuto a mancare quando aveva 13 anni. Anche qui si è interrotto tutto.
Io non so voi, ma io mi ricordo che quando ero piccolo, in questo periodo, sentivo il bene delle persone, può sembrare una cosa stupida, ma io riuscivo a percepire il profumo di bene, di felicità che aveva l’aria. L’aria era meno pesante nel mese di dicembre. Mi chiedo perché crescendo un uomo deve perdere queste emozioni. Mi mancano! 
Adesso sono un po’ di anni che non ho più una famiglia e che in questo periodo non ricevo più quelli che ritenevo stupidi e odiosi biglietti di auguri, soprattutto se ricevuti in carcere. Oggi mi mancano. Oggi sento la mancanza di questi banali biglietti. Forse perché ricevendoli uno si dice “cavolo, mentre qualcuno scriveva questo biglietto che ho tra le mani mi stava pensando”. Forse è un pensiero banale, ma è un modo di dirti che c’è ancora qualcuno che ti vuole bene dopo tutto il male che puoi anche avergli fatto.
È sempre strano per me pensare a cose a cui prima non davo importanza. Sono certo che questo è causato dal fatto che io sono una persona diversa, non sono più lo stesso uomo di qualche anno fa. Sono contento di questo, ma inevitabilmente mi rattrista il cuore. Prendere coscienza che oggi dai importanza a cose che vorresti ancora avere, ma che inevitabilmente non hai più, è desolante e triste. 
Ho tanti anni da fare in carcere e questo Natale non sarà l’ultimo. Però so che per fortuna non sono del tutto solo. Ricominciare è dura, anche perché credo che quando uno ha qualcosa da cambiare dentro di sé, inevitabilmente ha qualcosa da demolire nella sua personalità, sicuramente non tutto, ma qualcosa c’è che va estirpato. Quindi devi avere dei modi di fare, di ragionare diversi dal passato, credo anche che devi essere diverso rispetto all’atteggiamento che hai sempre avuto, ma fondamentalmente devi avere persone diverse attorno. Non c’è niente da fare è così, sono talmente convinto che non accetterei repliche da nessuno. Attorno a te devi avere persone diverse da quelle del passato. Sono loro che ti aiutano a imparare a voler bene. Ti insegnano che devi volerti tanto bene per non buttare la tua vita nel cesso, del resto come ho sempre fatto. E vogliamo parlare di quella sensazione di umanità che ti danno? La stessa umanità che qualcuno ti voleva far credere d’aver perso o che non ti spettasse di ricevere per gli errori commessi. Torni a provare delle emozioni che avevi voluto solo accantonare per paura di soffrire di più di quello che stai soffrendo.
Mi chiedo, come sempre del resto, se si possono capire nel profondo le mie parole… anche io sono nato con un atto d’amore, come del resto tutti, e non voglio soffocare le cose belle della mia vita, ma il carcere è quello che ogni giorno tenta di farmi fare. Buon Natale!

Spero che questo sia l’ultimo Natale senza mio fratello a tavola, di Irena, sorella di un detenuto

È vigilia di Natale. Sono le sei di mattina e con mia sorella partiamo per Padova. Mio fratello è in carcere e andiamo a trovarlo. So che le feste per chi sta dentro sono particolarmente dolorose, allora ad ogni festività, cerchiamo di esserci. Eccolo entrare, si nota subito il suo sorriso perché è felice di vederci. Oggi siamo solo noi tre fratelli e quale gioia più immensa passare due ore insieme proprio alla vigilia di Natale. Si parla del più e del meno. Abbasso spesso la testa. Cerco di non fissarlo negli occhi per più di tre secondi proprio perché temo di non riuscire a controllare e farmi scappare qualche lacrima significherebbe rovinare questo momento così bello. In un colloquio così, la parte che preferisco di più è quando iniziamo a prenderci in giro e a ricordare i momenti passati insieme. Accidenti dovreste proprio sentirci… Poi, quando abbiamo esaurito i ricordi, iniziamo a fantasticare sul nostro futuro, sulle cose belle da fare quando avrà scontato la pena, ma soprattutto iniziamo a fantasticare su come passare il prossimo Natale.

Il Natale di solito si festeggia a casa, ma ormai, da anni abbiamo perso il vero senso di cosa vuol dire essere una famiglia. Ed ogni volta, quando ci sediamo a tavola, penso a mio fratello, che non può venire. E mi accorgo che vorrei vederlo accanto a me per poterlo abbracciare, parlare e semplicemente vederlo mangiare insieme. Anche quest’anno è andata così, ma il prossimo lo festeggeremo insieme.
Ormai sono cresciuta seguendolo in giro per le carceri. Ho cercato di stargli il più vicino possibile, ma la distanza non ci ha sempre permesso di seguirlo nelle diversi carceri in cui è stato. Ad esempio, una volta l’hanno trasferito in un carcere della Campania, a 900 km di distanza da noi, e abbiamo sofferto moltissimo perché non ce la facevamo ad andare a colloquio. Così non lo abbiamo visto per un anno intero.
Da quando è arrivato a Padova facciamo più colloqui, ma si tratta sempre di poche ore al mese. E a volte gli impegni lavorativi e le possibilità economiche ci costringono a saltare qualche settimana.
Ora, che ha scontato sette anni di carcere, abbiamo saputo che è nei termini per usufruire di qualche permesso premio. Ma ci rendiamo conto anche che questo non sarà semplice. Da ciò che ci racconta, sembra che le procedure sono lunghe, perché il magistrato deve valutare il comportamento, e altri aspetti che non conosco.
Ormai questo è un altro Natale senza mio fratello. Il settimo. Ma ho fiducia nella giustizia e la mia speranza è che questo sia l’ultimo Natale senza mio fratello a tavola. Sono sicura che accadrà presto e allora mi alzerò alle cinque per andare al carcere di Padova, ma non entrerò per fare un’ora di colloquio. Invece, aspetterò fuori per vedere mio fratello uscire e lo porterò via con me per passare tutti insieme una vera festa in famiglia.

Natale senza famiglia, ma dopo sei trasferimenti, finalmente sono vicino a casa!, di Kasem, detenuto nella Casa di reclusione di Padova

Vorrei tanto chiamarla avventura, ma non posso perché in questi sette lunghi anni chiuso tra le mura di un carcere di avventuroso non c’è nulla. Preferisco chiamarla esperienza, perché con il passare del tempo mi ha cambiato profondamente. 

Entrai in carcere che ero ragazzino. Entrai proprio negli anni migliori della vita di un essere umano e a distanza di sette anni sono ancora qui. Dire che sono passati velocemente è un parolone, ma nel bene e nel male sono trascorsi ormai. In questo periodo ho cambiato molte carceri. Forse, essendo straniero, pensavano che non avevo legami sul territorio. E allora sali e scendi dai furgoni blindati: Treviso, Verona, Vicenza, Udine, Benevento e alla fine, Poggiorele. 

Il penultimo trasferimento è stato il più duro. Mi sono ritrovato a Poggioreale. Lontano dalla mia famiglia che vive a Treviso. Loro non potevano permettersi di venire a trovarmi e per questo li ho visti solo ed esclusivamente una volta. È stato davvero difficile passare un anno lì. Le lettere ci mettevano sette giorni aa arrivare le risposte altri sette. Questo vuol dire solo due lettere al mese con la mia famiglia. E in più, non potevo chiamare i familiari. Come potevo uscire mentalmente sano e cercare di recuperare i legami e qualche pezzo di vita? Per questi motivi feci la richiesta al DAP per il mio trasferimento. Volevo tornare vicino alla mia famiglia. 
I mesi passavano e nessuna risposta, ormai le mie speranze erano svanite. Mi ero arreso, quando un giorno mia sorella mi scrive chiedendomi di spedirle una copia della richiesta di trasferimento. L’ho fatto subito. Dopo due mesi un agente viene nella mia cella e mi dice di prepararmi per il trasferimento. Così sono arrivato a Padova. E finalmente mi hanno concesso di espiare la pena in un carcere che dista circa 100 chilometri da casa. Avevo perso ogni speranza e quando sono arrivato vicino a casa è stato come conquistare un pezzo di libertà. Finalmente potevo vedere la mia famiglia, chiamarli, scrivere lettere più spesso e sicuramente sono trattato meglio: vado a scuola e frequento tutti i corsi possibile. 
Quando ho rivisto i miei familiari, mia sorella mi ha spiegato che si era messa in contatto con questo angelo che si chiama Rita Bernardini la quale le aveva promesso di darle una mano. Conoscendo bene il labirinto dell’amministrazione penitenziaria, Rita ha chiesto che la mia istanza fosse finalmente presa in considerazione. In questo modo anche la mia famiglia ha visto riconosciuto il diritto di vedermi, ti abbracciarmi, anche se por poche ore. Così Rita mi ha salvato la vita. 
Oggi ho visto le mie sorelle. Poter trascorrere due ore con loro è stato il mio regalo di Natale. Abbiamo parlato e ci siamo presi un po’ in giro. Ma il tempo è volato in fretta, e quando le ho abbracciate le ho pregate di non piangere, perché prima di tornare in cella volevo vedere i loro occhi sorridere. È il loro affetto che mi aiuta ad andare avanti. 
Ora non rimane altro che aspettare. Ormai mi rimane ancora poco da scontare in carcere e ho cominciato a sperare in qualche permesso premio, così le mie sorelle non dovranno più venire a trovarmi qui dentro. Non lo so, ma adesso aspetto il giorno che l’agente verrà di fronte alla mia cella e dirà: libero!

Le mie figlie mi hanno detto che senza di me non è Natale, di Biagio Campailla

Il 4 dicembre 2014 sono andato al colloquio con la mia famiglia, si sentiva quell’aria di festività, e dopo aver parlato di tante cose, ho chiesto alla mia mamma: “Cosa organizzate per il Natale?”. La risposta della mia famiglia è sempre quella: “Da quando non ci sei tu non riusciamo più a riunirci, a fare una festa, se la faremo è solo una festa triste, dove dopo aver pranzato o cenato, ci salutiamo e andiamo subito a dormire”. 

Ecco che arriva il momento doloroso, dove s’inizia a raccontare delle feste passate, quando mi trovavo a casa con la mia famiglia, per loro ero il Biagio di tutti, per il motivo che solo io riuscivo a unirli tutti, e così passavamo le feste tutti assieme. Con mio fratello Antonino abbiamo ricordato l’ultimo Natale che abbiamo trascorso insieme, eravamo in 50 persone tra mogli, figli, nipoti e tutto il resto di amici. In quell’ultimo Natale è successo che tutti hanno preso una forte influenza, con febbre alta, l’unico a salvarsi ero io con mio fratello più piccolo, allora assieme ci è toccato prenderci cura di tutti correndo a destra e a sinistra, comprando medicine, e in più ci è toccato preparare il Natale, fare la spesa, cucinare, lavare, e tutto il resto. Nel frattempo prendevamo in giro tutti perché sapevamo che loro, sotto, sotto ci prendevano in giro a loro volta, per tutto il lavoro che dovevamo fare da soli. Allora eravamo organizzati per dormire tutti nella grande casa di mamma, al mattino passavamo le medicine a tutti, poi colazione, poi s’iniziava a cucinare e questo durava a partire dal 23 sera fino al 6 gennaio, giorno dell’epifania. Così è durata per qualche giorno, poi una mattina mio fratello non lo vedo in cucina, chiamo e mi risponde. “Biagio, l’influenza ha fregato anche me!”, io all’inizio mi sono messo a ridere, ma dopo due minuti mi veniva da piangere, perché ero rimasto da solo a fare lo stesso enorme lavoro. Io sono tutto per la famiglia, non mi scoraggio e vado avanti, continuo a fare tutto anche da solo. Ecco perché dicono che senza di me è triste, ci sono dei ricordi bellissimi, e per loro, senza la mia presenza, è come se fosse un giorno come gli altri, anzi più doloroso. 
Il giorno 6 dicembre ho telefonato a casa per vedere se la mia famiglia era rientrata dal lungo viaggio per venirmi a trovare, da Bruxelles a Padova, al telefono risponde mia figlia Rita, la prima cosa che mi dice è: “Papà, questo sarà un altro Natale senza di te!, l’anno passato ero venuta al colloquio e ti avevo chiesto se avremo la fortuna di passare un Natale ancora insieme, mi avevi risposto: “Mai dire mai!”, questa volta cosa mi risponderai? 
Questa volta non ho dato nessuna risposta, lei ha capito e mi ha detto: “Speriamo sempre, l’unica cosa che ci tiene in vita è la speranza”, io le ho risposto: “Grazie figlia mia, che per quest’anno siete stati voi a darmi una risposta”. Si interrompe la linea, i dieci minuti di telefonata sono finiti, fra una settimana saprò cosa pensano.
In questo periodo di feste è sempre dura confrontarmi con la famiglia, adesso forse hanno capito che con quel fine pena che mi ritrovo”9999 Ergastolo ostativo” non ci sarà più la possibilità di passare una festa insieme.
Vorrei chiudere dicendo alla mia famiglia e a tutte le famiglie che sono tristi, di reagire davanti ai problemi della vita, di combattere contro le cose che ritengono ingiuste, di trovare un po’ di pace nell’essere e sperare che le cose possano cambiare. Voglio inviare un Buon Natale a tutte le famiglie, anche quelle famiglie che sono rimaste vittime innocentemente, alla fine sono le famiglie che pagano più di tutti. 

Natale senza di me… per la mia famiglia è un peso nel cuore, di Andrea Zambonini

Il Natale. Una festa grande, che fa riflettere. Ecco, quando sei una persona sensibile, quando senti, senti tutto; senti la grandezza, senti la miseria, e senti, fortemente, con tanto dolore, la mancanza. Quando poi sei ormai grande, senti la terribile forza della Tua assenza per tutti coloro che ami e che ti amano. La senti quando sai di essere in galera e quindi sei impotente davanti ad un consueto, normale, quasi banale “Natale con i tuoi”. Lo so già che i miei amati faranno tutto ciò che potranno per non dimenticarsi di me in questo ennesimo Natale senza di me. Ma in realtà la loro gioia esteriore sarà fortemente turbata dalla consapevolezza, ancora più forte ora, che io manco, e fa già male. Manco perché sono chiuso in carcere ed è ancora peggio, quasi che questa mancanza obbligata tutto l’anno, ogni anno in questa data spingesse tante persone, invece che a essere più generose, a giudicare… Una cosa del tipo “Pensa, il figlio è carcerato anche a Natale, come può essere, non hanno neanche il figlio a casa!”. Sembra surreale, questa cattiveria, eppure è più concreta di quanto possa sembrare, è reale la sensazione di mancanza ed è vero che i miei cari saranno provati un’ennesima volta, perché, di natali senza, ne son passati tanti, forse fin troppi. 
Per la mia famiglia, il 25 dicembre non è un giorno di festa, è ciò che con semplicità si potrebbe definire un “peso” al cuore, un dolore in più in mezzo a tanti altri; perché la realtà puoi provare a stravolgerla come vuoi ma, come la gioia vera è gioia vera, il dolore è dolore, con tutte le sue sfumature. Quando sei solo con te stesso e ti metti in discussione puoi fare a finta per un po’ di non vedere la tua responsabilità, ma non puoi mentirti sempre. Allora giungi, ragionando, a questo tipo di conclusione: sai, e non puoi più nasconderti, che anche il prossimo Natale sarà uno dei moltissimi momenti difficili della tua famiglia, l’unica vera speranza è che in mezzo a tutto questo dolore trovino almeno dei momenti di conforto. Io, qui, sto imparando a dialogare, come sto facendo ora scrivendo, dialogare ragionando, altrimenti, se fossi ciò che ero, un detenuto, un ragazzo ancora, messo in cella a vegetare senza la possibilità di dialogare e confrontarsi… io starei urlando di dolore e di rabbia. 

Un Natale senza i miei figli… lontani più di mille chilometri, di Luca Raimondo

Sapete, questo Natale forse è il più duro che io abbia passato, ma non perché è il primo Natale che passo in carcere anzi, non mi ricordo nemmeno più come sia fatto un Natale visto che sono tanti anni, incominciando da piccolo, che passo i Natali nelle nostre patrie galere.

Dico il più duro perché io non ho mai avuto l’opportunità di avere dei permessi premio e ora che li ho avuti, ma non mi hanno ancora autorizzato a passare il Natale con i miei cari, questo tema non poteva essere più azzeccato: “Natale senza…”.
Vedete, tutti questi anni li ho passati sapendo che purtroppo la mia condanna non mi portava a pensare di essere nel giorno più importante dell’anno con i miei cari, paradossalmente ero tranquillo, un po’ malinconico ma tranquillo, me ne facevo una ragione, ma adesso tutto questo non c’è più. Ho quasi finito la mia pena, come ho detto prima, da tempo esco in permesso con il progetto con le scuole fatto dalla nostra redazione, ma non mi è stato ancora concesso un permesso a casa, perché la mia casa è lontana dal luogo della detenzione, Catania, e invece la legge dice che la pena si dovrebbe scontarla vicino a casa, e perché in carcere siamo in troppi, e ancora non hanno avuto il tempo di farmi una relazione che dica che sono pronto per i permessi a casa.
Dentro di me mi ero illuso di poter passare il Natale con i miei bambini e i miei genitori anziani, ci tenevo e ci tenevano anche loro.
Un Natale senza cuore, un Natale senza casa, un Natale senza l’amore.
Penso “Ma di che cosa ti lamenti? Ci sono compagni tuoi che non vedranno mai più il Natale fuori!”, ma poi da un’altra parte mi sento di essere anche un po’ egoista, perché io avrei voluto passarmelo con chi mi ama, ormai però sono costretto a passarlo in carcere nella mia cella a cercare pensare che forse il prossimo anno il mio desiderio si realizzerà. Mi ricordo vagamente i Natali passati a casa quando ero piccolo, mi ricordo l’amore che si respirava dentro casa, ricordo mia madre che stava bene e che era indaffarata in cucina, quegli odori di buono di tutte le leccornie che preparava, mi ricordo le uscite con mio padre per il paese, l’albero di Natale, le luci e il presepio, se chiudo gli occhi ancora posso assaporare quel clima, anche se è passato molto tempo.
Poi apro gli occhi e vedo sbarre e cemento, gli odori sono sgradevoli, io spruzzo del profumo in cella, ma l’odore di galera non si toglie, si percepisce rabbia e desolazione, mi viene l’ansia ma non so perché.
Nell’ultimo permesso, passeggiando per le vie della città, vedevo addobbi e luci di vario tipo, vedevo la gente felice con i propri compagni o con i propri figli, si percepiva in loro lo spirito natalizio, ma io mi sentivo un pesce fuor d’acqua, non sentivo quello spirito.
Che cos’è oggi il Natale per me? Un Natale senza …
Aspetterò il 25 Dicembre per telefonare ai miei piccoli e ai miei genitori, sperando di non far trapelare questo mio senso di angoscia e di cogliere il bello che questo Natale 2014 mi può dare, cioè gli Auguri di vero cuore da parte dei miei cari, sentendomi ancora parte di quel clima natalizio che non ricordo più. Buon Natale. 

Natale senza… il Natale, di Bruno Turci

Un tempo si era soliti sentir dire: Natale con i tuoi… Sono passati talmente tanti anni da quando ho passato un Natale in famiglia che a rigore di logica non dovrei riuscire a ricordarlo, invece, lo ricordo benissimo, come se fosse stato ieri! Come potrei dimenticarlo? C’erano ancora i miei genitori vivi. Più di trent’anni fa … quasi quaranta!

Ricordo che mia madre diceva ogni anno: “Natale senza Bruno a casa… non può essere Natale”. Mia madre morì tre anni dopo il mio arresto.
Ci sono stati anni, prima che nascessero i miei nipotini, che mio padre non addobbava l’albero e neppure il presepe. Quando me lo diceva durante il colloquio, ci restavo male, sentivo su di me il peso di quel suo dolore. In quel momento avrei voluto possedere il potere di scomparire. Ero io il responsabile di tutto, ma la famiglia veniva maltrattata dalle istituzioni e questo alimentava la mia rabbia verso il mondo impedendomi di misurare le mie responsabilità. D’altro canto la famiglia viveva su di sé quella situazione come un sopruso e in quella realtà mi identificava come una vittima di quel sistema. Così facendo, l’istituzione ha penalizzato la famiglia, invece di stare al suo fianco, come fosse anch’essa colpevole di qualcosa. Questo sistema di cose, perciò, ha privato le famiglie del loro ruolo, impedendo loro di essere i primi educatori del loro caro.
Ci sono diversi Paesi in Europa come il Belgio e l’Olanda che durante le festività o le ricorrenze importanti per la nazione, ai detenuti condannati con sentenza definitiva, i quali si trovano nei termini per accedere a un beneficio, concedono automaticamente un permesso per stare con la famiglia. Ad esempio, sempre in Belgio e in Olanda, oltre ai benefici risocializzanti previsti dal trattamento, ogni tre mesi, cioè quattro volte l’anno, sono concesse alle persone detenute trentasei ore di permesso a casa per coltivare gli affetti in famiglia. 
Qui da noi, in Italia, non c’è quasi alcun sostegno e nessuna attenzione verso le famiglie dei carcerati. Si alimenta una cultura della vendetta, della potenza della punizione e si infligge una pena ingiustificata alle famiglie. 
Buon Natale a tutti

Natale per pochi giorni senza… sbarre, di Ulderico Galassini

Di festività natalizie “fuori” ne ho vissute molte prima di entrare in carcere all’età di 54 anni. I primi Natali erano in una casa povera ma piena di calore umano anche, perché in quella piccolissima casa non c’erano solo mio padre, mia madre, mia sorella, ma anche una cugina, e quindi una zia e la mia carissima nonna. 

Con l’avanzare degli anni, piano piano le condizioni familiari si sono modificate, ho cambiato casa tante volte, non ne avevamo una nostra ma le feste, anche se modeste, si festeggiavano con quel poco che avevamo. L’albero di Natale era solo un ramo di pino che veniva adornato principalmente da mia madre. In tanti inverni freddi anche i vetri sottili delle finestre si arricchivano di fiori strani, era il gelo che li disegnava. Dopo tanti anni, grazie al mio lavoro in banca, la casa non era più fredda, ma una casa con i termosifoni in tutte le stanze. Il Natale era diverso anche perché in quelle occasioni erano presenti più persone, la più importante era Alessandra, la mia fidanzata. Dopo alcuni anni con lei abbiamo creato una nuova famiglia e tanti sono stati i nostri Natale insieme. Poi è arrivato Andrea, la gioia assoluta. Quanti presepi abbiamo costruito assieme! Per molti anni, il periodo di Natale, essendo un periodo di ferie sia per me che per mia moglie, ci siamo potuti permettere di festeggiarli in varie città europee.
Ma da alcuni anni tutto questo è rimasto il mondo dei bei ricordi nei quali mi rifugio spesso e soprattutto nelle festività come quelle del Natale. Si mescolano con il peso della tragedia che io ho determinato, un gesto imprevedibile ma che ha distrutto quella famiglia che aveva ancora tanti progetti e gioie da vivere.
La mia strada si è chiusa dietro ad alte mura di cemento e tante sbarre, non poteva essere altrimenti.
Ecco che il Natale non era più gioia, ma dolore su dolore per quello che avevo causato, un figlio senza sua madre e con il padre lontano da casa per alcuni anni, non più una famiglia unita e rispettosa l’uno dell’altro. Non si può più tornare indietro e tutto questo è solo colpa mia.
Ecco che il Natale si è trasformato in tristi ricordi, ma con la volontà di voler e poter essere ancora utile in qualche modo, ed in questi anni era difficile anche viverlo durante le funzioni religiose nella chiesetta del carcere, esprimerlo in quei dieci minuti di telefonata alla settimana, in diversi biglietti di Buone Feste che ho sempre inviato a parenti, amici, conoscenti. 
Penso spesso a come avrebbe trascorso quei giorni mio figlio, come li avremmo trascorsi se fossimo ancora in quella famiglia amata. Mai avrei immaginato che avremmo avuto questo futuro.
Ma alcune cose ultimamente hanno preso una “piega” diversa. Da oltre un anno posso beneficiare di permessi premio, prima con uscite in permesso grazie al Progetto Scuola Carcere, cercando di fare prevenzione con gli studenti che a migliaia ogni anno incontriamo: a loro porto come testimonianza la storia che, per mia responsabilità, ha travolto la mia famiglia, con la speranza che loro imparino a fare quello che non ho saputo fare io, chiedere aiuto nei momenti di più pesante difficoltà. Per me invece questa è l’occasione per riflettere e consentirmi un durissimo percorso di autoanalisi. 
Grazie a questi progetti ho potuto ampliare gli spazi di incontri con mio figlio, i miei nipoti, mia sorella, mio cognato, moltissimi amici. È una strada che mi sta portando gradualmente al mio reinserimento in quella società che mi ha visto presente prima del mio reato; ho iniziato i miei primi permessi a casa da mia sorella e ogni volta a prelevarmi e riportarmi è mio figlio, quello stesso figlio che ha subito direttamente ed indirettamente il mio reato, ma che ha voluto riavvicinarsi quasi subito al proprio padre. Ad ottobre abbiamo festeggiato il suo ventitreesimo compleanno assieme alla sua fidanzata ed ai suoi famigliari.
A giorni sarà Natale, qualche addobbo, anche se minimo, l’ho preparato nella cella, ma questa volta il Natale sarà diverso, per sette giorni sarò a casa da mia sorella e so già che ci sarà come una processione di amici e parenti, alcuni non li vedevo dal mio ingresso in carcere.
Sarà un Natale che ritorna ad essere vissuto in un ambiente familiare, tanto calore, tanti abbracci, e a chi non potrò incontrare lo potrò salutare con tante telefonate. Grazie a mio figlio e a chi lo circonda, posso pensare ad un prossimo futuro di ricostruzione di legami forti, di certo non potrò recuperare tutto ciò che ho perso ed annullato, ma la mia volontà è di poter mettere me stesso al servizio degli altri.
Vorrei che questo graduale rientro in società fosse fattibile per tutti quelli che stanno vivendo nelle carceri, e che non sempre trovano al loro interno umanità e rispetto, e che si sentono spesso privati di ogni responsabilità. Pensiamo ai tanti detenuti abbandonati sempre in cella o in una sezione senza aver speranza alcuna, anche perché, a causa del sovraffollamento, non è possibile inventarsi spazi per lavorare e per studiare. Un piccolo esempio: il carcere di Padova è stato costruito per 350 detenuti, ora siamo circa 800. Nella testa di ogni detenuto non ci possono essere feste di Natale, perché ci sono tante, troppe sofferenze a cui pensare. Nessuno dice che non dobbiamo pagare per il reato commesso, ma quello che chiediamo è di tenere conto che anche chi ha sbagliato ha dei diritti, primo fra tutti il diritto di amare i suoi cari. Apriamo le porte alla società, in modo che possa mettersi in comunicazione con chi sta “dentro”, ascoltare le storie difficili degli esseri umani rinchiusi e non credere solo a quello che l’informazione porta alla ribalta. 
È necessario conoscere per capire.

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