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Jesuit Social Network
Rete delle attività sociali promosse dalla Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti
JSN Cooperazione internazionale La porta che non c’è

La porta che non c’è

Padre Alberto Remondini sj

Due case, i loro abitanti, un colpo di genio: la genialità di questa porta è, infatti, quella di non esistere
di padre Alberto Remondini sj

Sono atterrato oramai da tre mesi a Trento e la sensazione è di un atterraggio prolungato e forse anche che l’aereo non si sia ancora fermato completamente. In effetti, in questi primi mesi, mi sono dovuto muovere abbastanza, in particolare in direzione dell’Albania, dove mi è stato chiesto di accompagnare un gruppo di miei confratelli coraggiosi che laggiù vivono la loro missione gestendo a Scutari un liceo e un seminario, e a Tirana una parrocchia e un centro sociale nella povera periferia. Dopo la mia prima trasferta in ottobre scrivevo ai miei compagni:

Rientrando mi accorgo che l’ora e mezzo di aereo fra lì e qui rappresenta per me una sorta di fossa delle Marianne che fa di tutto per separare due mondi proprio diversi. Il mattino mi ero alzato nella stanzetta essenziale (tuttavia è “quella del Provinciale”!) della nostra comunità di Scutari e a sera tardi sono andato a dormire in quella mia di Trento, con doppi vetri, riscaldamento personalizzato, bagno spaziale in stanza, e un discreto e confortevole ordine dovuto al recente trasloco da Genova che mi ha obbligato a trovare il posto giusto ad ogni cosa.
Oggi, ripensando, tre immagini significative accorciano le distanze: quella degli occhi dei bambini di Kombinat, che “si accendevano”quando Bertrand fermava la macchina per chiacchierare con qualcuno di loro.
E poi gli occhi dei ragazzi della nostra scuola di Scutari, curiosi, mobili e coinvolti dentro a un contenitore bello e che mi è parso anche uno strumento adatto ad aiutarli a tirare fuori il meglio, che s’intravede subito dietro a quegli occhi. La terza è un’immagine solo immaginata: quella che veniva fuori dai racconti avventurosi di Joaquin nelle sue periodiche puntate nei piccoli villaggi delle montagne dove si è fermato il tempo ma non la ricerca di Dio. Nel mezzo una quantità di altre sensazioni, incontrando ciascuno e tutti insieme.
Ho provato affetto ed anche un po’ di orgoglio nel sapervi lì, ciascuno al suo posto, non facile né banale, umile eppure il più delle volte strategico; il lavoro apostolico che avete fatto in questi anni è davvero imponente. Siamo vicini eppure distanti: la lingua per esempio, avrei voluto capire che cosa Bertand raccontava di tanto entusiasmante ai ragazzini di strada o Lello diceva nelle sue battute ai ragazzi della scuola, che passavano velocemente dal sorriso al riflessivo. E oltre alla lingua c’è anche la distanza culturale che rischia di farmi leggere quello che voi realizzate con i parametri di qui, legati alla mia esperienza e storia personale.

Ho citato per esteso queste righe non perché non avevo molto da dire su Trento. L’Albania è oggi, accanto alla mia precedente esperienza genovese, una sorta di filtro con cui osservo le cose di qui. E siccome questa storia non me la sono andata a cercare per i fatti miei, penso che il buon Dio abbia le sue buone ragioni a farmi avvicinare Trento e Tirana con tanta disinvoltura.
Quando ero bambino, l’indicazione stradale di “Trento” significava che il lungo viaggio da Genova stava per esaurirsi e che gli otto componenti della nostra famiglia avrebbero potuto finalmente scendere dalla macchina e scorrazzare liberi, la vacanza era vicina. Ancora oggi quando salgo per la valle un vago sapore di festa si affaccia dall’inconscio e la strada si fa simpatica. E poi tante volte negli ultimi 12 anni ho varcato il cancello di via delle Laste.
Io vengo da un’esperienza di lavoro sociale e d’incontro quotidiano con la povera gente, perciò è ovvio che il mio primo sguardo sia stato attratto da quei temi ricorrenti che da sempre hanno appassionato il mio cammino. Tuttavia fino a qualche mese fa non mi ero mai accorto con tanta chiarezza che a Villa sant’Ignazio ci fossero due case, una dal profilo austero e dalle linee classiche, tirate su da un bel colore arancione tendente all’antica, e l’altra quella che da bambino avrei chiamato molto moderna. Ora me ne accorgo bene perché la mia stanza sta proprio sulla linea di demarcazione.
Nella parte antica risiedono una ventina di persone che stanno attraversando un tempo difficile della loro esistenza, con loro ho incominciato un umile percorso che avrebbe l’ardire di sfociare in amicizia. La parte moderna della casa, invece, è destinata ad accogliere persone molto diverse, che qui vengono con differenti motivazioni spesso alla ricerca di qualcosa di nutriente per la testa e per il cuore, ed anche per il corpo.
Il colpo di genio di questa composizione viene da una porta che collega al primo piano le due case e i loro abitanti: la genialità di questa porta è, infatti, quella di non esistere. Gli abitanti della casa antica vengono nella nuova a pranzo, a prendere il caffé, a guardare la televisione. Quelli di qua passano nell’antica per raggiungere sale di incontri, uffici, saloni o biblioteca.
Non è stata una dimenticanza quella mancata porta, ma una scelta che capisco sempre di più come strategica: persone diverse, infatti, possono avere bisogno di spazi diversi, ma non devono mancare occasioni nelle quali ci si possa incontrare. Anzi queste occasioni devono essere incoraggiate (magari da una porta che non c’è…).
L’incontro fra le diversità contribuisce alla realizzazione di un mondo diverso, più equo e umano. La diversità spesso spaventa e la tentazione è di sperare di trovare fortuna in ambienti omogenei. In effetti, non è il diverso in sé che salva: siamo tutti diversi, gli uni dagli altri.
È l’incontro fra diversi che crea novità e permette di fare emergere da ciascuno il meglio a favore di sé e degli altri. Così va crescendo in me l’orgoglio di vivere in una casa dove le diversità sono tante, talvolta anche palesemente faticose, ma almeno altrettante sono le occasioni per nuovi e risolutivi apprendimenti.
Provvidenzialmente, infatti, la sofferenza dell’uomo rappresenta una sorta di catalizzatore umano: a contatto con essa si mettono in moto i movimenti migliori dell’animo, per cui talvolta si riesce a passare dalla fase della compassione a quella dell’indignazione e in alcuni casi anche a quella dell’azione intelligente. Talvolta la fatica dell’altro è l’occasione buona per far uscire le mie migliori energie e capacità.
Così si fa lentamente più chiara anche la funzione della nostra Fondazione, luogo ideale, dove soggetti diversi possono scambiarsi il senso della loro esperienza, contribuendo a preparare un orizzonte di cambiamento costruttivo per la città.
In tutto ciò un rischio esiste: quello di chiudersi in un microcosmo dove tutto funziona in un certo modo, ma dove c’è un bisogno urgente di contaminazione dall’esterno all’interno e viceversa. Non siamo i primi della classe, il nostro cancello deve restare aperto il più possibile, per permettere alla città di raggiungerci e per non essere esclusi, noi stessi, da quello che nella città e nel mondo avviene di significativo.

Articolo pubblicato su www.vsi.it sito della Fondazione S.Ignazio di Trento

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