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JSN Cultura e Formazione La gioia del Vangelo: il segreto di papa Francesco

La gioia del Vangelo: il segreto di papa Francesco

Aggiornamenti Sociali gennaio 2014

a cura di P. Giacomo Costa sj

La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»: con queste parole si apre l’esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale di papa Francesco, più comunemente designata, secondo l’uso, con l’incipit latino Evangelii gaudium (EG). È stata pubblicata lo scorso 24 novembre, alla chiusura dell’Anno della fede indetto da Benedetto XVI per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962).

Si tratta di un testo assai lungo, dove la grande varietà dei temi trattati sembra resistere a ogni sforzo di sistematizzazione. Tuttavia, anche per i molti richiami fatti al magistero nel corso dei primi mesi di pontificato, è inevitabile coglierne la portata di testo programmatico per la Chiesa di papa Francesco, attraverso il quale egli assume con il proprio stile la missione di Pietro: «tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22,32). Consapevole della propria fragilità, il Pontefice incoraggia, sprona, rimette in movimento coloro che gli sono affidati, come singoli e come gruppo, consolidando i legami tra di loro.
Uno dei punti che più sono stati ripresi dai media è la necessità di conversione del papato stesso, così come la collegialità dei vescovi, il ruolo delle Conferenze episcopali nazionali, l’importanza delle donne (pur nella fedeltà alla tradizione in materia di accesso agli ordini sacri), la critica all’economia dell’esclusione, l’opzione preferenziale per i poveri, la posizione nei confronti dei cristiani divorziati e risposati e così via, fino ad arrivare all’invito alla Chiesa di uscire da se stessa, già tante volte formulato da papa Francesco. Approfondire i singoli punti, anche molto disparati, è un compito fondamentale che impegnerà tutta la Chiesa nei prossimi anni, ma rischia di occultare lo spirito che anima l’intero testo e che unisce le varie affermazioni: il criterio apostolico della gioia. Questo “filo rosso” non va cercato nell’articolazione rigorosa dell’argomentazione, ma scoperto nelle sue continue risonanze: non a caso, il teologo Pierangelo Sequeri parla del documento come di «poema sinfonico dell’evangelizzazione, in cui sono raccolti i motivi conduttori del magistero di Francesco» («L’essenziale cammino», in Avvenire, 27 novembre 2013). In queste pagine cercheremo di seguire questo filo, puntando a offrire un criterio guida nella lettura del documento, soprattutto in vista della sua “messa in pratica” ecclesiale. Per farlo, risulta interessante cominciare dalle circostanze della sua pubblicazione, che meglio ne fanno risaltare la portata.

Di fronte alle preoccupazioni della Chiesa
Nell’ottobre 2012 si svolse a Roma la XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per dibattere sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Secondo il proprio regolamento, il Sinodo non ha terminato i lavori con la stesura di un documento finale, ma ha affidato questo compito al Papa, trasmettendogli i materiali su cui aveva lavorato, in particolare l’Instrumentum laboris, e soprattutto 58 “proposizioni” frutto dei lavori dell’assemblea sinodale (di cui è stata pubblicata solo una versione non ufficiale in inglese sul sito del Vaticano, <www.vatican.va>). L’esortazione apostolica è dunque il frutto del dialogo di papa Francesco con il Sinodo – e, attraverso i vescovi, con tutta la Chiesa –, a partire dalle sue “proposizioni”: anche questo carattere dialogico contribuisce tra l’altro a dare al testo un aspetto poco sistematico.
I documenti sinodali sono dunque di grande importanza per la comprensione di Evangelii gaudium, in quanto esprimono la situazione in cui la Chiesa sente di trovarsi. L’Instrumentum laboris, elaborato dalla Segreteria del Sinodo, sintetizzava le risposte provenienti da tutto il mondo alle sollecitazioni presenti nei Lineamenta, constatando analogie nel modo in cui vengono descritte le difficoltà che la Chiesa incontra nel nostro tempo: «debolezza della vita di fede delle comunità cristiane, riduzione del riconoscimento di autorevolezza del magistero, privatizzazione dell’appartenenza alla Chiesa, diminuzione della pratica religiosa, disimpegno nella trasmissione della propria fede alle nuove generazioni» (n. 48). Vi si evidenziava che «il tono generale è di preoccupazione» (n. 49) di fronte allo smarrimento che si vive dentro e fuori la Chiesa: «Il risultato di tutte queste trasformazioni è il diffondersi di un disorientamento che si traduce in forme di sfiducia verso tutto quanto ci è stato trasmesso circa il senso della vita e in una scarsa disponibilità ad aderire in modo totale e senza condizioni a quanto ci è stato consegnato come rivelazione della verità profonda del nostro essere. È il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo» (n. 7).
Nonostante il ricco dibattito tra i 262 padri sinodali e il buon clima nella assise, «i suggerimenti espressi dai Padri non si sono tradotti in proposte concrete o in qualche propositio» (Salvini G. P., «Il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione» in La Civiltà Cattolica, 2012 IV 495). Di fronte a questo clima, che sembra indicare una sorta di blocco non nel campo delle competenze, ma per quanto riguarda le energie spirituali, papa Francesco ha scelto di porsi non come maestro che ribadisce i punti fermi della dottrina, ma come autentico accompagnatore spirituale. Egli punta a rianimare, a dare una scossa, indicando criteri per rileggere e convertire le proprie pratiche (tanto da dedicare 25 paragrafi all’omelia e alla sua preparazione, cosa piuttosto inusuale in un documento pontificio) e per mettersi in moto: «non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo» (EG, n. 51). In fondo, nei suoi primi mesi di pontificato egli non ha fatto che incoraggiare la Chiesa a uscire dal ripiegamento su se stessa e dai discorsi autoreferenziali, nella convinzione che solo “uscendo e rischiando” si fa esperienza concreta di ciò che si è chiamati ad annunciare. Solo così si ha qualcosa di vero da dire.

Il criterio della gioia
Proiettata su questo sfondo, la scelta di papa Bergoglio appare chiarissima: l’insistenza sulla gioia – il termine ricorre 59 volte nell’esortazione – ha il carattere del “lieto annuncio” che costituisce il Vangelo, che dà vita alla Chiesa e rappresenta il contenuto di ogni azione evangelizzatrice (vecchia o nuova). Intende cioè riconnettere la Chiesa con l’esperienza fondamentale da cui ha origine, quella della Pasqua. Difficile immaginare una comunità in uno smarrimento più profondo di quello dei discepoli due giorni dopo la morte di Gesù in croce, impossibile immaginare una gioia più grande di scoprirlo risorto. Una gioia che fa persino paura, ma che mette le ali ai piedi per darne l’annuncio. Se non si riprende oggi contatto con questa esperienza sorgiva e non se ne apre l’accesso a coloro a cui ci si rivolge, qualunque iniziativa di evangelizzazione rimarrà nell’ambito delle tecniche di comunicazione pastorale, senza riuscire a incidere davvero nella vita delle persone. Per questo la scelta della gioia come filo conduttore è estremamente pertinente al tema del Sinodo.
Certo, la Chiesa tutta intera si fonda sull’esperienza pasquale, ma un conto è saperlo, un conto è metterlo in pratica. È quindi particolarmente efficace che Francesco indichi la gioia del Vangelo come criterio di verifica di quanto si vive. Questo vale a livello individuale, ma anche – lo si dimentica frequentemente – per la Chiesa nel suo insieme: il Papa ce lo ricorda, con espressioni tanto sorprendenti quanto inusuali, nei paragrafi di EG dedicati a «Il piacere spirituale di essere popolo» (nn. 268-274).
Bisogna chiarire quindi subito, a scanso di facili equivoci, lo spessore della gioia di cui egli parla: non un sentimento superficiale ed effimero di euforia o piacevolezza, ma l’atteggiamento di chi sa che la sofferenza e la morte esistono, anzi, li ha attraversati sperimentando che la vita è più forte. Il Papa fa alcuni esempi presi dalla sua esperienza: «Posso dire che le gioie più belle e spontanee che ho visto nel corso della mia vita sono quelle di persone molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi. Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo conservare un cuore credente, generoso e semplice». Qui ognuno è invitato a mettere in campo le proprie esperienze personali: stupisce sempre vedere persone che nelle situazioni più difficili e impensabili riescono ad accogliere, affrontare e vivere in profondità quello che sono.
Il contrario di questa gioia non è il dolore, ma «una cronica scontentezza», «un’accidia che inaridisce l’anima», un «cuore stanco di lottare» che «non ha più grinta» (n. 277 passim). Questa tristezza è ciò che avvelena la vita di molte persone e soprattutto è agli antipodi di ciò che Dio desidera per ogni uomo. Aver gustato la vera gioia – ed è questo il contenuto più profondo dell’esperienza di fede – permette di smascherare l’insoddisfazione profonda di ogni chiusura in se stessi, per quanto confortevole.
Da questo punto di vista, il messaggio dell’esortazione riposa su una verità fondamentale della fede cristiana, spesso ripetuta, ma ancor più spesso incompresa o non presa sul serio, quando non addirittura temuta per il suo carattere insopprimibilmente rivoluzionario: Dio vuole la gioia e la felicità dell’uomo, e la vuole per tutti. «Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”» (n. 3). Ciò richiede effettivamente un atto di fede che sfida tante consuetudini e convinzioni profonde, per lo più implicite, in particolare nel nostro mondo del disincanto postmoderno. Ma senza questa fede, qualunque annuncio evangelizzatore suonerà falso e mancherà di attrattiva. Per questo Francesco non teme di ricordare che proprio coloro che hanno la missione di evangelizzare sono i primi a rischiare di non vivere l’Evangelii gaudium. Il capitolo sulle «Tentazioni degli operatori pastorali» (nn. 76-109) è molto concreto nel dare indicazioni in questa direzione, sempre nel registro del sostegno e dell’accompagnamento spirituale.

Un dinamismo connaturato
Papa Francesco aggiunge un altro tassello per riconoscere quale sia la gioia che serve da criterio di revisione di quanto si vive. Si tratta di una esperienza che cambia l’orientamento della vita di chi la compie: dalla chiusura in se stessi e dall’autoreferenzialità all’uscita da sé, al porre nell’altro il centro della propria esistenza. A sua volta, questa uscita da sé sarà indispensabile fonte di rinnovamento e rafforzamento della gioia che si vive e inviterà altri a entrare nella stessa prospettiva. Chi vive la dinamica circolare del dono (in famiglia, nell’attività professionale, nel volontariato) lo sa: non si può né si vuole più calcolare ciò che si dà e ciò che si riceve.
Con questo movimento, chi è stato raggiunto dalla gioia del Vangelo si situa nella stessa dinamica con cui Gesù ha vissuto: nel dono continuo fino alla consegna della propria stessa vita, aprendo allo stesso tempo una possibilità di vita per tutti
. Decidere di compiere questo passo permette di scoprire una pienezza di vita che altrimenti resta preclusa. Papa Francesco ce lo ricorda attraverso alcune espressioni del Documento finale della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Aparecida (2007), a cui partecipò come arcivescovo di Buenos Aires: «La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. […] la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo» (n. 10).
Tocchiamo qui ciò che in profondità ci trattiene dalla prospettiva della conversione e della gioia: la paura che la vita donata vada perduta. L’esperienza spirituale insegna infatti che la Parola che ci raggiunge ci attira, ci dà il gusto di avanzare, ma allo stesso tempo provoca una forte resistenza, testimone di una inerzia e di una sordità all’invito alla felicità. Affermare che si può essere felici anche nelle difficoltà rientra nella categoria dello scandalo. Fa emergere la seria obiezione della presenza del male nel mondo inteso non solo come questione astratta, oggetto di speculazione, ma come realtà esistenzialmente concreta di ciò che fa soffrire e chiudere su se stessi. Ma nella luce della gioia cambia anche la prospettiva sul male: l’attenzione a identificare la nostra complicità con il male e con l’infelicità che ne risulta fanno entrare in un cammino che non evita la difficoltà e la sofferenza, ma osa affrontarla.
In tutto questo «La tentazione appare frequentemente sotto forma di scuse e recriminazioni, come se dovessero esserci innumerevoli condizioni perché sia possibile la gioia» (n. 7). Tra tutte le tentazioni che l’esortazione apostolica aiuta a mettere in evidenza, c’è quella del pessimismo e della sfiducia che le cose possano cambiare: «Questo atteggiamento è precisamente una scusa maligna per rimanere chiusi nella comodità, nella pigrizia, nella tristezza insoddisfatta, nel vuoto egoista» (n. 275). Certo, questo non vuol dire minimizzare o negare le difficoltà e le fatiche, che fanno parte della sofferenza da assumere e attraversare: «Tutti sappiamo per esperienza che a volte un compito non offre le soddisfazioni che avremmo desiderato, i frutti sono scarsi e i cambiamenti sono lenti e uno ha la tentazione di stancarsi. Tuttavia non è la stessa cosa quando uno, per la stanchezza, abbassa momentaneamente le braccia rispetto a chi le abbassa definitivamente» (n. 277).
Entrare nella gioia del Vangelo è in fondo entrare per la porta stretta (Luca 13,24). O meglio, è uscirne, perché è questo il movimento da cui la gioia scaturisce e in cui il suo dinamismo immette.

Per una spiritualità dell’impegno sociale
Da questa base sgorga, in un modo che a questo punto non può non apparire connaturato, la proiezione di ciascun credente e della Chiesa verso la società e il mondo: «Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza. Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità» (n. 269).
In questa luce appare chiaro ciò che lega le sfide che il Papa legge nel mondo contemporaneo: l’economia dell’esclusione, la nuova idolatria del denaro, il denaro che governa invece di servire, la disuguaglianza che genera violenza; e le tentazioni per la Chiesa di oggi: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la mondanità spirituale, la guerra tra di noi. Tutte sono da un lato il sintomo del fatto che ancora non siamo passati attraverso la porta stretta, dall’altro, secondo la dinamica propria delle strutture di peccato, i comportamenti individuali dettati da questi disvalori si cristallizzano in ostacoli e barriere che da quella porta tengono lontani noi e molti altri.
Ognuno di questi punti meriterebbe di essere ripreso e approfondito, ma ciò non è possibile nello spazio di queste pagine. Ci preme però sottolineare lo stretto legame tra annuncio e impegno sociale, tra fede e giustizia, tra gioia e solidarietà che EG inequivocabilmente ribadisce: «Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. […] nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (n. 201). Ugualmente, il tradizionalissimo insegnamento della Chiesa sull’atteggiamento nei confronti dei poveri, quella che oggi chiamiamo “opzione preferenziale”, è «un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo» (n. 194).
Sono parole quanto mai classiche, ma pronunciate in un modo capace di attirare l’attenzione degli uomini di oggi; lo afferma la rivista americana Time che ha scelto papa Francesco come uomo dell’anno 2013 con questa motivazione: «In meno di un anno, ha fatto qualcosa di veramente significativo: non ha cambiato le parole, ha cambiato la musica» (Gibbs N., «Pope Francis, The Choice», in Time, 11 dicembre 2013, nostra trad.). In questo modo Francesco ripropone alla Chiesa la sua identità e la sua missione e soprattutto le indica le sorgenti dell’energia per portarla a compimento.
L’Evangelii gaudium rivela così la propria natura profonda di invito che è al tempo stesso indicazione di un compito, rivolto a ciascun credente, a ciascuna comunità cristiana e alla Chiesa nel suo insieme: uscire dall’autoreferenzialità e dalle sterili contrapposizioni per assumere una spiritualità dell’impegno radicata nella gioia del Vangelo e di sentirsi popolo. Lungo questo cammino non tarderanno a manifestarsi resistenze – anzi, alcune sono già emerse nelle critiche che il documento ha suscitato negli ambienti più conservatori, in specie negli USA – e solo con il tempo potrà diventare patrimonio acquisito della Chiesa stessa. Con la stessa sollecitudine spirituale che anima EG, Francesco continuerà ad accompagnare questo percorso, anche dandone una prima traduzione pratica nelle riforme annunciate che in questo testo troveranno ispirazione. Ma, soprattutto, saprà essere presente come testimone, portatore di una parola credibile in quanto fondata su una esperienza diretta che donare la vita significa trovare la gioia. A noi non resta che provare per credere.

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